I frati cappuccini arrivarono a Lhasa nel 1707. Il primo italiano che attraversò l’Himalaya e vide Lhasa fu Giuseppe da Ascoli, che venne raggiunto qualche tempo dopo da Domenico da Fano, l’uomo chiave di questo primo periodo.
In tutte le lettere troviamo lamentele riguardo al denaro che da Roma non arrivava mai, così i Cappuccini dovettero abbandonare Lhasa nel 1711, letteralmente, come scrive Domenico da Fano, «per non morire di fame»..
Domenico da Fano aveva fatto ritorno a Roma per esporre a Propaganda Fide la situazione della missione.
Nel frattempo, nel 1712, era partita la terza spedizione di sei nuovi missionari cappuccini, fra essi Orazio da Pennabilli.
Fra Orazio giunse a Chandernagore, nel golfo del Bengala, il 1 settembre 1713, proseguendo a piedi per Patna fino a Kathmandu, dove fondò la missione e si stabilì qualche anno.
Intanto a Roma Domenico da Fano veniva nominato Prefetto e organizzata una nuova spedizione. Quamdo arrivò a Kathmandu, in tutta fretta portò Orazio con sé a Lhasa dove giunsero il 1 ottobre 1716. La fretta dipendeva dal fatto che gli era giunta la notizia che il “concorrente” gesuita Ippolito Desideri viveva a Lhasa nella loro casa.
In effetti quando i Cappuccini arrivarono a Lhasa trovarono che la casa presa in affitto in precedenza era occupata da padre Ippolito Desideri che vi era giunto qualche mese prima dopo un avventuroso viaggio. Era partito da Delhi con Manuel Freyre diretto a nord nelle regioni del Kashmir e del Ladak, di qui i due avevano valicato l’Himalaya e nel Tibet occidentale si erano aggregati ad una principessa mongola che, rimasta vedova, ritornava a Lhasa con tutto il seguito protetta dalle sue milizie.
La convivenza non fu mai facile anche perchè si innescò subito un contenzioso (risolto anni più tardi) se la missione appartenesse ai Cappuccini o a Gesuiti.


I Gesuiti avevano molti oppositori tra gli altri ordini soprattutto riguardo il potere che in poco più di un secolo di vita avevano acquisito presso le corti europee e per la loro strategia missionaria (accomodamento / adattamento) che era innovativa e di successo ma che i francescani e i domenicani consideravano al limite della superstizione e dell’idolatria.

Roberto De Nobili (Montepulciano 1577 – Chennai 1656) missionario nel Malabar, era convinto fosse necessario conciliare induismo e cristianesimo, presentando i gesuiti nelle funzioni di bramini occidentali. De Nobili abbandonò l’abito nero gesuitico per una lunga veste di lino ocra, il capo rasato e sandali di legno, la dieta vegetariana e altri segni tipici dei bramini indù.
Comunque il re Lhajang Khan, che aveva conosciuto ed apprezzato i frati cappuccini negli anni addietro, si mostrò comprensivo e curioso della loro religione e per poter approfondire le conoscenze li invitò ad apprendere la lingua e conoscere la religione tibetana nel monastero-università di Sera, dove allora risiedevano più di 3000 monaci buddisti.
Fu così che un frate cappuccino, Orazio da Pennabilli, e un gesuita, Ippolito Desideri, furono ospitati per nove mesi in un monastero tibetano. Un Lama istruito fu loro assegnato come maestro.
Un’esperienza che fece loro conoscere la lingua, la religione, la mentalità e la cultura dei tibetani.

